24 novembre 2016

Rosario Lentini

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Quando a Maccarese il vigneto era una realtà

La storia dell’azienda agricola Maccarese (Fiumicino) – una delle più grandi dell’Italia centrale, sorta ad inizio degli anni Venti del ‘900 su un’area di circa 5.000 ettari – è stata di recente riproposta all’attenzione degli studiosi, grazie all’iniziativa della Fondazione Benetton Studi e Ricerche, della “Maccarese spa Società Agricola” e dell’ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana) che congiuntamente hanno operato per il recupero e riordino del prezioso archivio d’impresa. Sono tanti gli aspetti che la documentazione inedita consentirà di approfondire: lo sviluppo delle bonifiche dell’Agro Romano, la migrazione di lavoratori che da altre regioni sono confluiti in quel territorio, la qualità e varietà delle colture, i volumi delle produzioni, l’organizzazione della zootecnia, la creazione di un nucleo agro-industriale, fino agli ultimi decenni del secolo scorso.maccarese-ciclisti-schierati-per-mussolini

L’attuale assetto colturale e produttivo, in un’area oggi estesa poco più di 3.000 ettari, ruota attorno all’allevamento di circa 3.300 capi di bestiame che riforniscono il 10% del fabbisogno giornaliero di latte dei romani e alla produzione di mais e foraggi per la stalla.[1] Sotto questo profilo, quindi, un rapido esame degli inventari archivistici e delle fonti a stampa della prima metà del ‘900, permette di rilevare la profonda trasformazione del paesaggio agrario originario; basti pensare che a inizio anni ‘40 – oltre alla produzione di foraggi, cereali, riso, leguminose, ortaggi, diverse varietà di frutta – il vigneto si espandeva per circa 1.000 ettari e la tinaia del relativo stabilimento enologico aveva una capacità di 50-70 mila ettolitri. Inoltre il grande vivaio impiantato sin dal 1930 – come si evince dai relativi cataloghi a stampa che vennero pubblicati con frequenza quadrimestrale o semestrale per oltre un decennio – commercializzava quantità e qualità considerevoli di piante da frutto, ortive e industriali, barbatelle di viti da vino e da tavola, alberelli di olivo, alberi ornamentali e forestali, piante per siepi, conifere, palme, piante acquatiche ecc.[2]

È sorprendente come tutto ciò sia ormai consegnato solo alle pubblicazioni a stampa dell’epoca e alle carte dell’archivio e lo è ancor più se si pensa all’oblio nel quale è caduto uno dei protagonisti della sperimentazione vitivinicola come il pugliese Giuseppe Palieri (1884-1950) che a Maccarese venne chiamato nel 1929 – proveniente dall’azienda agraria ed enologica del principe Odescalchi a Bracciano di cui era direttore – per organizzare e sviluppare l’intero ciclo produttivo dall’impianto delle viti da vino e da tavola, alla creazione della cantina. Collaborò dal 1927 al 1939, con suoi articoli, al periodico «L’Italia enologica ed agraria», fondato da Arturo Marescalchi, che in quei decenni rappresentava lo studioso del settore di maggior prestigio in campo nazionale.

Il Palieri a Maccarese condusse sperimentazioni importanti, di cui ha si ha notizia dai suoi scritti e dalla stampa specializzata coeva: fra il 1933 e il 1934 quelle sulla fermentazione vinosa a bassa temperatura;[3] nel 1934, in collaborazione con Marescalchi, sull’utilizzo dei sarmenti per foraggio animale dell’azienda zootecnica;[4] nel 1935 sull’arrossamento dei vini bianchi[5] e l’anno seguente sull’uso degli anticrittogamici nella lotta alla peronospora.[6]

Fra il 1936 e il 1938, su 20 ettari di vigneto, testava un liquido da lui stesso brevettato per ottenere il diradamento biochimico dei grappoli d’uva da tavola, irrorandoli durante la fioritura con il Diraduva Palieri,[7] a base di un acido organico in una emulsione oleosa, allo scopo di sterilizzare i fiori aperti. Ciò permetteva la maturazione anticipata del grappolo, nonché di ottenere uva più zuccherina, acini più grossi[8] e, sul piano economico, una drastica riduzione dei costi rispetto al sistema tradizionale di diradamento manuale dei grappoli. Le conclusioni delle prove furono illustrate all’Accademia dei Georgofili di Firenze nella seduta del 13 marzo 1938.[9]

Tra i tanti registri dell’archivio storico della Maccarese, suscita non poco interesse quello relativo alla vendemmia del 1937-38, i cui dati sono organizzati per tipo di uva e per mezzadro, e che segna una linea di demarcazione importante in corrispondenza con il passaggio dai contratti a compartecipazione della manodopera impiegata, di cui ci si era avvalsi originariamente, ai contratti mezzadrili, ritenuti dalla nuova gestione sotto la presidenza di Boncompagni Ludovisi e del direttore generale Vittorio Ronchi, più confacenti ad assicurare maggiore produttività. Inoltre, dallo stesso registro si potrebbe rilevare l’identità ampelografica dei vitigni impiantati e la rispettiva diffusione territoriale per tipologia; va ricordato, infatti, che anche nei terreni di Maccarese si condussero le prove di adattabilità delle viti americane da innestare con quelle locali quale unico rimedio e soluzione a difesa della pianta dall’implacabile parassita meglio noto come Phylloxera vastatrix. In tutto il Paese si era ancora nella fase “eroica” del contrasto “biologico” a questo voracissimo insetto che dalla seconda metà dell’800 aveva devastato la viticoltura europea provocando danni ingenti, fallimenti e miseria nell’universo contadino e nell’industria enologica che dalla floridezza dei vigneti avevano tratto fino a quel momento reddito e profitti. A Maccarese, diversamente che altrove non si trattò di ricostituire vigneti infetti preesistenti, ma di impiantarne ex novo su piede americano e, quindi, di verificare la compatibilità tra la vinifera europea e quella selvatica d’oltreoceano e accertare le possibilità concrete di adattamento dei singoli ibridi ai diversi suoli.

Il Palieri mantenne la direzione dell’azienda vitivinicola per circa un decennio, dopodiché passò a dirigere l’Enopolio dei Castelli Romani a Ciampino. Si ha notizia anche della sua collaborazione con la prestigiosa casa vinicola del Barone Ricasoli, come testimonia lo studio del 1934 dal titolo Ritiro, conservazione, affinamento dei vini, pubblicato dalla stessa azienda senese.[10] Venne poi nominato capo dei servizi tecnici ed economici dell’Ente Nazionale della Viticoltura e, con l’entrata in guerra dell’Italia, mandato a dirigere lo stabilimento enologico militare di Lugo di Ravenna. A fine conflitto il Palieri riprese pienamente le sua attività di studioso e di sperimentatore tant’è che, nel 1946, Alberico Boncompagni Ludovisi – figlio del principe Francesco che era stato presidente della società Maccarese – proprietario della tenuta di Fiorano, si rivolse a lui per consulenza. In quella tenuta le viti erano state piantate intorno al 1930, presumibilmente si trattava di varietà trebbiano e cesanese. Palieri suggerì di innestare quelle autoctone già esistenti con cabernet, merlot, malvasia di Candia e semillon uno dei grandi vitigni di Bordeaux. I risultati furono eccellenti, come ancora oggi si ha modo di constatare.[11]

Fu socio dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino di Siena di cui divenne anche vicepresidente; alla sua morte la stessa Accademia, per onorarne la memoria, istituiva il “Premio prof. Giuseppe Palieri” da assegnare ad elaborati originali e studi meritevoli nel campo della ricerca vitivinicola. Forse uno dei suoi ultimi saggi se non l’ultimo è proprio quello pubblicato nel 1950 dall’Accademia senese, dal titolo accattivante Requisito organolettico e fattore edonistico nel consumo del vino.[12]

L’operazione di sottosegretario-serpieri-a-maccarese-24-09-1934recupero e inventariazione dei documenti dell’archivio consentirà agli studiosi di compiere un importante passo in avanti nella conoscenza della gestione di una grande azienda agraria, ma potrebbe rappresentare anche, per la proprietà e per gli amministratori attuali, l’occasione per un ripensamento dell’orientamento produttivo esistente, per riannodare almeno qualcuno dei fili spezzati che collegano ad un passato di biodiversità agricola. Non guasterebbe, infatti, avviare un’operazione mirata e circoscritta di “filologia” agraria – in sintonia con la crescente sensibilità collettiva nei confronti dell’agricoltura biologica – per ripristinare a Maccarese quelle attività sperimentali e quello spirito innovatore di cui il Palieri fu grande promotore per il comparto vitivinicolo e che oggi potrebbero riguardare anche altre produzioni.

[Il testo integrale della comunicazione presentata al convegno di Castel S. Giorgio a Maccarese il 30 settembre 2016 è disponibile in www.rosariolentini52.simplesite.com]

[1] S. Colafranceschi, Maccarese. Storia sociale di un’impresa agricola dell’Agro Romano 1870-1998, il Mulino, Bologna 2015, p. 7.

[2] Maccarese. Catalogo generale dei vivai, pubblicazione semestrale n. 24, primavera 1941.

[3] La fermentazione vinosa a bassa temperatura, «L’Italia vinicola ed agraria», 1935, vol. 25, p. 630.

[4] «L’Italia vinicola ed agraria», 1934, vol. 24, pp. 24-25.

[5] G. Palieri, L’arrossamento dei vini bianchi. Studio sperimentale eseguito nello stabilimento enologico di Maccarese, Tip. G. Lavagno, Casale Monferrato 1935.

[6] Idem, Peronospora ed anticrittogamici nel 1936. Esperienze ed insegnamenti, Tip. Dalle Nogare e Armetti, Milano 1937, estratto da «L’Italia agricola», 1937, n. 4.

[7] Idem, Il diradamento degli acini nelle uve da tavola, «L’Italia vinicola ed agraria», 1938, vol. 28, pp. 278-279.

[8] G. Dalmasso, Viticoltura moderna, Hoepli, Milano 1979, p. 376.

[9] G. Palieri, Perfezionamento tecnico-economico nella produzione delle uve da tavola. Il diradamento bio-chimico, «Accademia dei Georgofili. Atti», 1938, Iª dispensa, pp. 116 e sgg.

[10] Idem, Ritiro, conservazione, affinamento dei vini, Casa Vinicola Barone Ricasoli, Firenze 1934.

[11] A. Castagno, Fiorano, memorie e girandole, «Vitae», n. 100, settembre 2014, on-line.

[12] G. Palieri, Requisito organolettico e fattore edononistico nel consumo del vino, «Accademia Italiana della Vite e del Vino. Atti», vol. II (1950), parte I.

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