9 febbraio 2017

Aurelio Musi

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L’Europa e la “questione napoletana”

Il volume di Eugenio Di Rienzo, L’Europa e la “questione napoletana” 1861-1870 (D’Amico editore, 2016), è uno dei prodotti della recente attenzione storiografica al tema delle “nazioni prima della nazione italiana”, ovverossia alla lunga storia di comunità politiche e sentimenti di appartenenza nazionale che andarono formandosi nella plurisecolare vicenda degli antichi Stati italiani.  Nel caso del Mezzogiorno quell’attenzione ha indotto a mettere in discussione luoghi comuni intorno all’interpretazione del processo di costruzione unitaria della penisola e si è tradotta in una considerazione diversa e più approfondita degli anni che precederono e seguirono la dissoluzione del Regno delle Due Sicilie e la sua integrazione nello Stato unitario.

 Di Rienzo ricostruisce attraverso documenti di prima mano la discussione nel Parlamento inglese sull’unificazione italiana: le critiche al sostegno britannico a Garibaldi, le preoccupazioni per il possibile venir meno della partnership commerciale col Mezzogiorno in particolare. Se in precedenza era stato denunciato il dispotismo dei Borbone, negli anni immediatamente successivi all’Unità alcune componenti parlamentari inglesi criticarono lo psedudoliberalismo di Vittorio Emanuele II, il sostegno del Regno Unito ad un’aggressione ritenuta illegittima, l’uso della camorra come “polizia ausiliaria” da parte del governo, la crescita della criminalità a Napoli dopo il 1860.

  Parallelamente a questa ricostruzione, Di Rienzo focalizza l’offensiva diplomatica, dopo la nascita del Regno d’Italia, di un esponente di punta del governo in esilio di Francesco II come il capo dell’esecutivo Pietro Calà Ulloa. Di particolare interesse è la descrizione dell’ambiente dei sostenitori della causa borbonica nella Francia del II Impero, che, come giustamente sostiene l’autore, cercavano di ridimensionare la “leggenda nera” del Regno borbonico. Ma le loro descrizioni “avevano il difetto di sostituire ad essa con grande disinvoltura una leggenda aurea altrettanto fallace e tendenziosa”. Esaltavano le eccellenze che “non facevano sistema”: i poli siderurgici, l’ampliamento della flotta mercantile, i progressi dell’agricoltura, lo sviluppo del circuito ferroviario venivano isolati senza mettere in discussione la loro incidenza nel meccanismo economico complessivo del Regno. Anche se Di Rienzo tende, alla luce di ricerche recenti, a ridimensionare il dislivello di sviluppo del Sud rispetto al Nord al momento dell’Unità, resta comunque indubbio – e quanto scrive l’autore non lo smentisce – che i cosiddetti “primati borbonici” non si iscrivevano in una politica economica capace, appunto, di “fare sistema”.

  L’Unità italiana fu comunque, per il Mezzogiorno – e chi scrive queste note ha cercato di dimostrarlo nel suo Mito e realtàò della nazione napoletana (Guida 2016) – la perdita della nazione senza la creazione di una nuova identità, un nuovo senso di appartenenza. E pertanto il passaggio dalla “nazione napoletana” alla “questione meridionale” fu inevitabile.

 Mi pare di poter indicare due elementi di discussione che emergono da questo utile lavoro di Di Rienzo. L’azione diplomatica dei circoli borbonici, tesa a fomentare la guerriglia contro lo Stato italiano nato dall’unificazione, e a dimostrare alle potenze europee l’incapacità del nuovo governo di Torino a mantenere il controllo delle province meridionali attraverso il regime poliziesco e la repressione, non sortì forse come unico effetto l’accentuazione del clima di guerra civile che funestò il paese?

 Il secondo elemento di discussione è relativo all’interpretazione dell’origine della questione meridionale che per Di Rienzo è identificabile soprattutto nel processo di meridionalizzazione che investì lo Stato italiano dopo il 1870. A mio modesto parere  quel processo fu piuttosto la spia, uno dei fattori, non certo la causa di una questione assai più complessa come quella meridionale.

2 commenti su `L’Europa e la “questione napoletana”`

  1. Cosa vuol dire “i cosiddetti “primati borbonici” non si iscrivevano in una politica economica capace, appunto, di “fare sistema”?
    Evetiamo luoghi comuni, per favore

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