29 giugno 2017

Amelia Crisantino

Domenico_Caracciolo_marchese_di_Villamaina

Le interviste impossibili – Domenico Caracciolo –

Le interviste si svolgono idealmente nell’atrio della Società siciliana di Storia Patria
nella cui biblioteca si conservano le carte e le testimonianze bibliografiche della vita dei
personaggi che sono stati dei protagonisti della storia non solo Siciliana.

Il marchese Domenico Caracciolo arriva a Palermo il 15 ottobre del 1781, per occupare la carica di viceré. Resterà in Sicilia sino al gennaio del 1786.

Era uno dei più conosciuti esponenti della società dell’Illuminismo, a Palermo lo aspettava l’improbo compito di tentare di ridurre i privilegi dell’aristocrazia e della chiesa. Le iniziative di Caracciolo sono molteplici, sempre avversate dai siciliani. Fra le altre cose, abolisce il tribunale dell’inquisizione e con le sue rendite fonda nuove cattedre universitarie come fisica sperimentale e matematica. Cerca di portare avanti il progetto di un catasto dei feudi, premessa inevitabile per una loro successiva tassazione. Elimina molte delle angarie feudali che ancora gravavano sulle campagne, prepara un piano per la costruzione di strade che collegassero tra loro le maggiori città dell’isola.

 

 -Eccellenza…

-Lascia perdere, sono sempre stato contrario a questi titoli. Dopo tanti anni, cosa vuoi che sia rimasto della mia eccellenza. Siamo sabbia che scorre, siamo granelli. Tutti cittadini, dentro la clessidra del tempo. Chiamami col mio grado.

– Marchese, allora.

– Anche se questi titoli avessero un significato, non sono mai stato un vero marchese. Ero cadetto, il titolo me l’ha ceduto mio fratello.

– Ministro…

– Non per forza con l’ultimo mio grado. Chiamami con quello che mi è costato lacrime e sangue.

– Viceré, per forza.

– Preferisco cittadino viceré, se non hai obiezioni. In fondo sono un sentimentale, ci tengo a salvare i miei ricordi. Sono i ricordi che fanno la differenza fra noi. A guardare come vanno le cose, meno male che ho i miei ricordi. Pensa se avessi quelli di un altro, se per un capriccio della sorte io fossi stato, che so, uno dei baroni che fecero di tutto per distruggermi. Se fossi stato il principe di Partanna, o quello di Valguarnera, o quel pedante del marchese di Villabianca… Vedi un po’ con che ricordi sarei costretto a convivere. Meno male che sono stato me stesso.

– Cittadino viceré, ho  attraversato contrade fantastiche per avere l’onore di incontrarvi…

– Dalla Sicilia, quasi nessuno passa a trovarmi. Mi rievocano in qualche accademica discussione, di quelle dove ci metto poco a sentirmi intrappolato. Ogni tanto ricordano che volevo accorciare il Festino, come fosse stato il capriccio d’un originale. Per il resto, tutto tace. E si consuma il grande imbroglio del progresso inseguito a parole, mentre nessuno vuole poi raggiungerlo. Metti che questo progresso arriva, come fosse un viaggiatore che fa una fermata anche nella patria degli dei. Potrebbe  arrivare solo di notte, in incognito. A passi felpati, come un ladro. Per sorprenderli nel sonno. E farsi poi bandire, come fosse il più pericoloso dei briganti…

– Cittadino viceré, quella della Sicilia è una storia tragica…

– La prima volta che mi occupai di quell’isola ero ancora a Londra, molti anni prima d’arrivare a Palermo. Ero ambasciatore del re di Napoli, tenevo occhi e orecchie ben aperti. Eravamo dentro i rutilanti inizi della civiltà commerciale, che avrebbe poi tutto travolto con la forza di innumerevoli oggetti di scarso valore. Di quelli che, presi uno per uno, non ci avresti scommesso un soldo. Ma questo è un altro argomento… anche se tutto s’intreccia, specie se visto dalla mia prospettiva. Comunque ero là, nel tempio della civiltà del commercio, il luogo dove si vendevano anche le pietre delle strade.  E che vedo? M’accorgo che le sete siciliane erano d’ottima qualità, ma buttate via. Esportate grezze per ignoranza, per incompetenza tecnica. Vendute sulla piazza di Londra per molto meno delle sete lombarde. Che erano raffinate, ben lavorate. Ma sempre di qualità inferiore restavano. Ho cercato un rimedio. Ho invitato il governo a proteggere un’industria antica e in decadenza, e suggerito ai produttori come risollevare le loro sorti… Qualcosa si fece.

– Quello delle industrie mancanti, o in qualche modo difettose, è un problema antico. Mai risolto.

– Mi sorprendo a pensare che forse il problema vero è quello del progresso. Quand’ero a Parigi, il piacere della conversazione dava alla testa come un vino frizzante. Tutto sembrava facile, possibile… Le catene della servitù si rompevano dappertutto, gli esseri umani conquistavano la libertà, la coscienza…

-La Sicilia era un’isola lontana da tutto questo. La sua tradizione era tutta all’opposto dell’illuminismo…

– Se arrivi e offri ad un popolo la possibilità di allontanare i suoi parassiti, se vuoi levare le servitù feudali e il tribunale dell’inquisizione, se vuoi costruire strade e impiantare manifatture, allora metti in conto che ci saranno resistenze, che i vecchi privilegi faranno sentire la loro forza d’inerzia. Ma pensi che le nuove idee non sarà possibile fermarle, come non è possibile bloccare una gemma e non farla diventare fiore e frutto.

– La società non segue le leggi della natura…

– M’accorsi subito  che stavano buttando il momento giusto, persi a sognare il passato invece che costruire il futuro. M’illudevo che bastava lavorare, adoperare i miei poteri come un grimaldello… Perché anche nelle profondità si allentassero, e infine si rompessero, gli innumerevoli legacci che bloccavano quel progresso che altrove andava veloce. Invece mi sbagliavo. L’errore è stato mio, mio e dei miei amici illuministi.

– Chissà, forse il progresso non può trapiantarsi da un posto all’altro…

– Eravamo ingenui, adesso lo capisco. Tutti a pensare che il tempo andasse sempre avanti, che la forza delle idee avrebbe sollevato le coscienze. Ma il tempo non è per forza lineare, non si deve a tutti i costi andare avanti. Il tempo può anche essere circolare. Non dico che possa tornare indietro, questo no, non mi sembra possibile. Però può girare sui solchi già tracciati, e dare quell’illusione di eterno presente di cui ha parlato qualche filosofo.

– Cittadino viceré, come è cominciata questa storia? È forse colpa del delirio per un inventato passato glorioso? C’entrano quelle vuote tradizioni con cui s’incoronano gli sciocchi? Perché questo rifiuto a rompere il tempo circolare?

-Ogni cosa ha il suo peso, chi può negarlo. La cultura del privilegio genera il tempo circolare, la sua natura è nella conservazione, nella ripetizione… In fondo un atteggiamento di debolezza, di difesa. Lo Stato e i baroni, come dire un eterno, incuboso medioevo. Si dannavano per restare fermi, ma anche i baroni sono passati… Comunque, io non ho responsi. Non credo nei rimedi che sanno di miracolo.

– Cittadino vicerè, oggi la ragione e i ragionamenti non hanno gran seguito. La ragione argomenta, e non tutti sanno tenere il filo. Vince chi strombazza di rimedi miracolosi… Dicono che faranno un ponte, una meraviglia della tecnica per unire l’isola al continente. Così tutto andrà per il meglio.

– Ai miei tempi ci volevano 4 giorni di mare per arrivare da Napoli a Palermo. In mezzo ai pericoli, sempre con la paura di avvistare i pirati. Ci sono ancora i pirati? La notizia mi giunge nuova.

– Non ci sono più, da lungo tempo. Ci sono i barconi dei clandestini. Ma non praticano quel tratto di mare.

– Se sul mare ci si muove alla stessa velocità che sulla terraferma, perché disturbare l’equilibrio della natura? In quei posti la terra è ballerina. Meditavo di farne la mia residenza, quando nel 1783 il terremoto offese Messina. La città non si riprese più.

– Cittadino viceré, so che avete fatto dei piani per sviluppare i commerci…

– Per un armonico sviluppo dei commerci, è importante che vi sia una celere via di collegamento fra le città. La costruzione di un’agevole via fra Palermo e Messina fu tra i miei primi programmi. Il Senato della città mi osteggiava, non ne vedeva l’utilità. Ero io, il viceré Caracciolo, a volerla. E il Senato era contrario a tutte le mie idee. Si cominciò comunque, con grandi ritardi. Io, andavo di persona a controllare i lavori. Scoprii imbrogli e malversazioni da non crederci. Appalti truccati, spese enormi, ladroneggi. I tratti completati ci mettevano poco ad andare in malora, difettava la manutenzione. Per farla breve, alla mia partenza i lavori furono sospesi. Con buona pace di quanti s’erano adoperati per avversarli.

– Senza le strade non possono farsi i commerci. Questo ormai lo sanno tutti. Ma davvero io mi chiedo, e non trovo risposta: come ha potuto il tornaconto di alcuni fermare il progresso di tutti?

– Mancava un ceto medio, quello da cui si genera la ricchezza delle nazioni. Continuò a mancare, anche se tentai di tutto per provocarne la nascita. Ma nessuno può diventare la levatrice della storia, se prima non è matura la creatura. Difficile che maturi, quando i paludati vestimenti chiudono il corpo sociale in un’artificiosa impalcatura, che sembra tenerlo in piedi ma gli impedisce di generare.

– La ricchezza delle nazioni porta ad un armonico sviluppo del corpo sociale. O forse è l’armonico sviluppo del corpo sociale che porta alla ricchezza delle nazioni. Magari entrambe le cose…

– Quando arrivai a Palermo, subito vidi che tutti i manufatti erano prodotti da altre nazioni, che qui le esportavano. Pensai d’essere arrivato in un posto povero del suo, che niente riusciva a cavar fuori dalle sue viscere. Quale fu la mia meraviglia, nello scoprire che le materie prime per quei manufatti erano prodotte in quell’isola… Vendute e imbarcate allo stato informe, vi tornavano trasformate in molteplici oggetti finiti. Partivano le pelli e arrivavano i cappelli. Con la canapa, altri fabbricavano funi e corde. Un miracolo distante trasformava la potassa in cristalli. S’imbarcavano balle di lana e matasse di seta, e arrivavano i panni che vestivano gli abitanti dell’isola felice: dove non si fabbricavano chiodi e nemmeno spilli o aghi o calze. Persino l’olio veniva raffinato fuori, tornava in patria meno verde e più squisito.

– Cittadino viceré, sarà mai possibile uscirne fuori?

– Ai miei tempi, tutti erano prigionieri del tempo circolare. I baroni volevano ricreare il passato, solo più perfetto. Il popolo, appoggiava i suoi oppressori. L’ignoranza del popolo, questo è il vero dramma… Ma quando si consuma la grande impostura, e il popolo si nutre dei cascami dei sogni altri, va bene che resti ignorante. Così è più facile gabbarlo.

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