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L’aquila e la mezzaluna. La Sicilia bastione del Mediterraneo nella lotta con l’infedele

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Il Mediterraneo è stato tradizionalmente luogo di scambi commerciali, ma la grande protagonista al suo interno è soprattutto la guerra, «padre di tutte le cose e di tutte è re, e gli uni palesa dèi, gli altri uomini e gli uni fa schiavi, gli altri liberi». Nel corso della storia ha avuto diverse connotazioni: nella Grecia antica fu chiamata guerra “giusta” (dikaios polemos); nella Roma repubblicana fu chiamata bellum; nel Medioevo e nell’età Moderna prese un’altra connotazione, ovvero guerra santa contro l’Islam, attestato sulle coste del Mediterraneo.  La Sicilia è sempre stata il punto strategico per controllare questo mare “chiuso” che interessò numerosi storici. Tra i più importanti, forse quello che più di tutti ha dedicato i suoi sforzi a tale contesto, è Fernand Braudel. La prima domanda che sorge è: che cos’è il Mediterraneo? Lo stesso Braudel definì il Mediterraneo “un’immensa spugna che si è lentamente imbevuta di ogni conoscenza”. Il Mediterraneo del Cinquecento e del Seicento è il crocevia: merci, soldati e invenzioni; il Mediterraneo di Carlo V (1516-1556) e Filippo II (1556-1598) in cui la Sicilia, isola dei viceré, giocava un ruolo molto importante come “fortezza del Mediterraneo”. Su questa “pianura liquida”, contro l’infedele rappresentato dall’altra potenza che controllava il Mediterraneo orientale, l’Impero Ottomano. Lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla ha analizzato come nel Cinquecento le invenzioni portarono dei miglioramenti nella navigazione: la bussola, il sestante, le carte nautiche sempre più precise, ma soprattutto l’introduzione di un certo tipo di nave, per esempio la caravella, armata con bombarde e le prime forme di cannoni che cambiano il modo di combattere sul mare, cambiando gli equilibri. Alla base del conflitto ispanico-turco vi sono motivazioni religiose. Poiché gli Asburgo erano i paladini del cristianesimo cattolico, mentre i discendenti di Osman come Süleyman Kanuni (1520-1566), e i successivi sultani ottomani, erano i difensori dell’Islam sunnita. Andrew Wheatcroft ha evidenziato: «distinguere l’Islam e il Cristianesimo in quanto fedi religiose, dall’«islam» e dal «cristianesimo» in quanto immagini costruite dai rispettivi nemici, «da studiosi che non alzarono mai gli occhi dalle pagine dei loro testi». Rossella Cancila sottolinea come «l’Occidente è stato capace di “costruire” nemici» e di conseguenza una paura nei confronti dello straniero, che generarono xenofobia e razzismo, ancora oggi attuali. Tuttavia le motivazioni di questo conflitto non furono esclusivamente religiose, ma anche politiche e commerciali. In ambito commerciale i Turchi insieme alla Repubblica di Venezia avevano il controllo delle reti commerciali del Mediterraneo verso l’Oriente che gli Europei raggiunsero con le scoperte geografiche. Per quanto riguarda l’aspetto politico e militare notiamo una contrapposizione tra il sistema polisinodale spagnolo con la sua politica del sistema a bastioni, di cui la Sicilia è la protagonista, all’interno del conflitto, e la composizione feudale dell’impero ottomano sulle coste dell’Africa settentrionale rappresentato dagli stati barbareschi, a capo dei quali vi erano i corsari rinnegati come: Khayr al-Dīn, Uluç Alì e Murad Dragut. In questa contrapposizione e nel tessuto a bastioni, la Sicilia riveste un ruolo chiave, una fortezza da difendere, la Sicilia diventa la porta del Mediterraneo in armi.  Nel realtà mediterranea del Cinquecento e Seicento, troviamo un vasto territorio sotto il segno della mezzaluna dell’Islam, l’impero ottomano, realtà che nacque nel Medioevo (1299-1300), e che dopo la Caduta di Costantinopoli (1453) ad opera di Mehmet II Fātih(1432-1481) permise ai Turchi di avere il controllo delle reti commerciali che mettevano in comunicazione il Mediterraneo con l’Oceano Indiano per arrivare verso l’Oriente. Quella dell’impero ottomano è sicuramente una realtà variegata, in cui sono presenti aree geografiche governate dai governatori (bey) e diverse minoranze religiose come: ebrei, cristiani cattolici e ortodossi. Mentre sulla frontiera ungaro-austriaca gli eserciti del sultano Süleyman sono impegnati nella campagna di espansione in Ungheria, che culminò con la battaglia di Mohàcs (1526), e l’assedio di Vienna (1529); sulla frontiera mediterranea, la realtà ottomana è rappresentata come detto in precedenza dagli stati barbareschi: l’Algeria, che manteneva un proprio ruolo quale sbocco al Mediterraneo, la Tunisia che coltivava intense relazioni commerciali con mercanti italiani, catalani e provenzali, che già nel XIV erano entità affermate prima di essere sottomesse alla Sublime porta. Tali conquiste furono effettuate ad opera di personaggi determinanti, “cavalieri” che solcarono il Mediterraneo in nome del sultano, i corsari barbareschi. Nel 1517, mentre il sultano Selim I (1465-1520) annetteva l’Egitto mamelucco, il corsaro Khayr al-Dīn (1478-1546), detto il Barbarossa, conquistò quello che oggi comprende la maggior parte dell’attuale territorio algerino, e di conseguenza il sultano Selim I lo nominò governatore generale, beylerbey, di Algeria. Nel 1534 lo stesso governatore di Algeria conquistò Tunisi, che serviva come testa di ponte per l’invasione della Sicilia, ma ciò non sarà possibile perché Carlo V d’Asburgo riprenderà l’anno successivo Tunisi (1535), il senato di Palermo fece edificare Porta Nuova per commemorare la vittoria del sovrano, ma la città tunisina verrà riconquistata nel 1574 dal corsaro rinnegato Uluç Alì Pascià (1519-1578), che sarà uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571), nella quale si videro contrapposti la flotta della Lega Santa voluta da papa Pio V (1504-1572) e la flotta ottomana comandata da Alì Pascià.  La metafora dell’aquila legata al sistema delle torri di avvistamento nella Sicilia di Carlo V e Filippo II, è l’aquila è un uccello che possiede una vista impeccabile attraverso cui riesce a vedere molto lontano, a scrutare il territorio, attaccare le prede e difendersi da chi la vuole attaccare. Questo nobile uccello è ripreso nelle simbologie imperiali: romana, bizantina ed asburgica, poiché è la rappresentazione della forza e le torri di cui parlerò connesse ad un più ampio sistema difensivo sono i suoi artigli. A fronte del pericolo ottomano dilagante sul Mediterraneo nei sec. XV-XVI, fu il pretesto durante la metà del Cinquecento e il Seicento per una modernizzazione militare nell’isola dei viceré; Valentina Favarò tramite l’analisi dei documenti della sezione “Ponti, torri, reggenti” del fondo Deputazione del Regno, ha ricostruito il funzionamento del sistema delle torri di avvistamento. Durante il viceregno di Fernando Gonzaga, l’assetto di Palermo fu ridisegnato per far sí che la città diventasse «capitale della colonia posta a baluardo della rimonta dell’impero ottomano […] Sostituendo le torri con i bastioni, [Gonzaga] costruì un sistema di fortificazioni esterne ed avviò il processo di riconfigurazione di tutta la città a partire dalla forma del suo perimetro: in questo consistette la strategia della quadratura, imperniata anche simbolicamente sul nuovo disegno del Castellammare. Non si attribuiva più alle torri e mura interne alcuna importanza strategica anzi risulta la preoccupazione che fossero utilizzate dai ribelli, insieme alla determinazione iconoclasta di eliminarle quale monumento, simbolo di indipendenza. Quella del Gonzaga non è una semplice riperimetrazione ma costituisce l’imposizione del nuovo ruolo che deve assumere Palermo in soggezione degli interessi di Madrid». Il viceré Ferrante Gonzaga (1507-1557), inviato di Carlo V in Sicilia, «si applicò a fortificare le città marittime del regno. Visitò tosto Siracusa, ed Agosta, ed ordinò che se ne ristorassero le muraglie. Ritornato a Messina che era la chiave dell’oriente, diede le provvidenze, perché si munisse di nuove fortezze, a fine di renderla atta a respingere gli Ottomani». Tale progetto obbligò un alto prelievo fiscale, poiché bisognava costruire le fabbriche che dovevano occuparsi della costruzione; infatti il Gonzaga riuscì a ottenere dai Giurati che la città anticipasse 50.000 ducati, necessari per avviare i lavori, ai quali però tre anni più tardi ne avrebbero dovuti aggiungere altri 25.000, su questa stessa posizione si adoperò il viceré Juan de Vega (1547-1557), aveva già espresso dure critiche al progetto difensivo della città ideato dal Gonzaga. Critiche che saranno condivise dal Medinaceli, e che ebbero come motivazione non tanto la concreta realizzazione delle fortificazioni, ma l’elaborazione di una particolare idea difensiva: mancava nella città lo sviluppo di un continuum dell’elemento fortificatorio; erano stati creati dei forti privi di collegamento l’un dall’altro, e questo perché il Gonzaga riteneva che il nuovo assetto difensivo dovesse rispondere a due necessità: salvaguardia del territorio dal nemico esterno, ma anche possibilità di difesa – garantita dai castelli – per i rappresentanti della Corona in caso di sollevazione popolare contro la Monarchia spagnola. Infatti il de Vega affiderà il compito di fortificare l’intero Val di Noto a Pietro del Prado, negli stessi anni impegnato nel bastionamento dell’isola di Malta – concessa da Carlo V ai Cavalieri Ospitalieri fuggitivi dall’isola di Rodi, conquistata dagli ottomani nel 1522 – così le città vennero fortificate sul modello rinascimentale, si cercò di mantenere un certo numero di galere, come viene sottolineato giustamente da Valentina Favarò, queste erano le linee essenziali della “militarità” dell’isola. Di fatto lo stesso viceré diede delle istruzioni su come dovevano essere equipaggiati i soldati: i cavalieri avrebbero dovuto indossare la corazza o un giaco di maglia di ferro, con maniche, morioni e guanti, ed essere dotati di lance, o archibugi o schioppette; i fanti avrebbero impugnato archibugi, schioppette, balestre e picche. Questo sistema fu efficiente in modo tale da permettere ai sovrani spagnoli una controffensiva contro i corsari barbareschi: infatti proprio grazie alla fortezza del Mediterraneo, Carlo V nel 1535 conquistò Tunisi e nel 1560 Filippo II, nella persona di Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, pianificò la difesa di Gerba in cui si era “trincerato” in attesa dei rinforzi che dovevano arrivare dalla Sicilia, tuttavia la difesa dell’isola coadiuvata da Giovanni Andrea Doria fallì, e la battaglia venne vinta da Uluç Alì Pascià. Il conflitto tra questi due imperi si esaurì con la battaglia di Lepanto (1571), con cui il Mediterraneo si separò equamente tra la Monarchia spagnola e l’Impero ottomano, che nonostante la sconfitta subita non arrestò il suo espansionismo, poiché gli occhi dei Turchi si posarono sui possedimenti della Repubblica di Venezia nell’Egeo. La Sicilia rimarrà importante nello scacchiere mediterraneo fino al 1713-1714 con la firma dei Trattati di Utrecht e Rastadt, che determinarono lo spostamento del conflitto verso il nord Europa.

Per Approfondire la redazione consiglia:

–  Aldo Andrea Cassi, Santa giusta umanitaria la guerra nella civiltà occidentale.

–  A. Wheatcroft, Infedeli: il lungo conflitto fra cristianesimo e islam.

–  Di Giovanni, Palermo Restaurato, rist. a cura di M. Giorgianni, A. Santamaura, Sellerio, Palermo, 1989  

–  V. Favarò, La modernizzazione militare nella Sicilia di Filippo II, Quaderni – Mediterranea. Ricerche storiche; Associazione Mediterranea, Palermo, 2009.

– S. Faroqhi, L’impero ottomano, Universale Paperbaks il Mulino, Bologna, 2014.

– R. Cancila, Mediterraneo in armi (XV- XVIII), Quaderni – Mediterranea. Ricerche storiche; 4, Associazione Mediterranea, Palermo, 2007.

– G. E. Di Blasi, Storia cronologica dei Viceré Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia.

– F. Benigno, L’età moderna dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Laterza, Roma-Bari, 2005.

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