22 giugno 2017

Fabio Milazzo

La guerra clandestina dello Stato Repubblicano. Su Le altre Gladio di Giacomo Pacini

Review of: Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991, Einaudi storia, Torino 2014, pagg. 336, 31 euro.

Si può fare un’operazione storiografica di una vicenda ancora per buona parte oscura, coperta dai segreti e dalle mezze verità della ragion di stato? Può insomma la storiografia farsi largo in un territorio da cui solitamente, per ragioni di prudenza epistemologica, si tiene lontana a tutto vantaggio del giornalismo e delle ricostruzioni scandalistiche? Questi due interrogativi trovano una convincente risposta affermativa dalla lettura di Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991 di Giacomo Pacini, ricercatore presso l’Isgrec di Grosseto e autore di diversi volumi riguardanti la storia dell’Italia Repubblicana, tra cui Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio Affari riservati del Viminale (1919-1984) (Nutrimenti, 2010), con Antonella Beccaria, Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia (Nutrimenti, 2012). I titoli della sua bibliografia dimostrano che Pacini ha scelto per sé una strada non facile, che è quella del ricercatore di ambiti problematici della storia d’Italia, quali le stragi contro i civili durante la Seconda guerra mondiale, lo studio del ruolo dei servizi segreti nell’Italia repubblicana e la ricostruzione di figure tanto discusse quanto centrali per il secondo Novecento italiano, quale quella di Giulio Andreotti.

Con Le altre Gladio irrompe nella oscura e ambigua storia della guerra fredda italiana, una vicenda ancora mal conosciuta nel suo insieme, che affronta di petto il ruolo delle organizzazioni clandestine messe in piedi per fronteggiare una eventuale invasione comunista. La ricostruzione di Pacini prende il via dal periodo immediatamente successivo all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’Italia ha due priorità tra le altre: guadagnare credibilità presso gli Alleati e organizzare una struttura in grado di supportare l’attività clandestina antifascista. Come sintetizza l’Autore: «nei giorni successivi all’8 settembre 1943 fra le priorità del neonato regno del Sud vi era anche quella di ricostruire un efficiente servizio segreto, tanto che il 1° ottobre risultava già operante una nuova struttura di intelligence a disposizione degli Alleati, facente capo al Comando supremo e denominata Ufficio informazioni» (p.11). Questa struttura si pose in linea di continuità con il SIM, il Servizio di Informazione Militare fascista, adottandone l’articolazione delle sezioni e anche diversi uomini, tra cui Pompeo Agrifoglio che ne divenne il comandante. Nel giro di qualche mese la struttura poté contare su un organico di oltre un centinaio di uomini organizzati in diverse sezioni, tra cui la Sezione Calderini (Reparto offensivo) «all’interno della quale venne creato uno specifico nucleo denominato “Bande e sabotaggi”, che ebbe il compito di “raggiungere le bande di patrioti costituitesi nell’Alta Italia ed assicurare il collegamento con l’Italia liberata» (p.10). Proprio la Sezione Calderini e, più in generale, la rete dei servizi di informazione che si andò costituendo per operare azioni di sabotaggio e disturbo dietro le linee tedesche, rappresenta l’origine di una storia, quella della lotta anticomunista in Italia, che ha nelle frontiere del Nord Est il principale teatro di impiego. Proprio qui, nel Friuli Venezia Giulia in particolare, per iniziativa dei partigiani cattolici della Osoppo presero il via una serie di manovre per fronteggiare il pericolo di una invasione slavo-comunista. Questa esperienza si rafforzò nel 1946 quando si strutturò un organismo chiamato “Ufficio per le zone di confine” (UZC), «che dipendeva dalla presidenza del Consiglio e il cui compito ufficiale era fornire assistenza economica ai profughi istriani fuggiti dai territori caduti nelle mani di Tito» (p. 6). Le attività dell’UZC, però, non si limitavano al sostegno finanziario dei profughi, infatti, parte dei fondi venivano destinati a organizzazioni, enti, associazioni e gruppi paramilitari «che si prefiggevano il compito di difendere l’italianità del Nord Est» (p. 6). Tra questi gruppi emersero nel triestino alcune formazioni paramilitari che, esercitando di fatto funzioni di polizia parallela, commisero diversi atti di violenza nei confronti di soggetti ritenuti attigui alla Jugoslavia di Tito. Ciò che Pacini sottolinea è che «la presidenza del Consiglio era pienamente consapevole di ciò e tuttavia a lungo continuò a finanziare questi gruppi attraverso l’UZC» (p.7). In questo laboratorio che servì a saggiare la resistenza italiana nei confronti del “pericolo comunista” «vennero portate a compimento le più importanti entità prodromiche a Gladio» (p.7) che, ben presto, divenne una struttura di fatto operante anche in assenza di un pieno riconoscimento formale.

La nascita effettiva di Gladio-Stay Behind avvenne infine il 18 ottobre 1956, al termine di un periodo incominciato nel 1952 quando la CIA e il Sifar strinsero un accordo per fare di Capo Marrargiu, in Sardegna, la base operativa e di addestramento di Gladio. Da allora, con la complicità di uomini dello Stato, di “porzioni” dei servizi segreti, di alcuni politici, Gladio è diventata parte di un sistema che lo storico Franco De Felice ha definito del “doppio Stato”, vale a dire quella “doppia lealtà” posta in essere dal reciproco condizionamento tra la Costituzione repubblicana, di ispirazione antifascista, e un sistema di alleanze internazionali segnate dallo scontro tra Usa e Urss. Questa storia, ricostruita con perizia e attenzione da Pacini, si snoda lungo tutta la seconda parte del Novecento e termina nell’ottobre del 1990, quando Giulio Andreotti, attraverso una relazione presentata alla Commissione dal titolo «Sid parallelo-Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale», rende nota la sua esistenza all’opinione pubblica italiana. Per circa quarant’anni l’Italia era stata il terreno di addestramento di una struttura paramilitare «composta da civili e militari con il compito di difendere il territorio nazionale in caso di aggressione da parte di un esercito straniero» (p.3). Raccolta di informazioni, propaganda, sabotaggi e guerriglia, questi erano alcuni dei compiti della struttura in caso di occupazione del suolo italico da parte dell’esercito nemico. Come prevedibile, le rivelazioni provocarono scontri politici, dibattiti «che culminarono in una richiesta di impeachment contro l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga» (p.3), accanito sostenitore dell’operazione Stay-Behind e figura centrale, alla fine degli anni Sessanta, del reclutamento dei militari da inviare a Gladio. La violenza del dibattitto condusse il ministro della Difesa Virginio Rognoni, il 27 Novembre 1990, a decretare lo scioglimento formale della struttura: caduto il Muro di Berlino e venuto meno il pericolo di invasione comunista cade la stessa ragion d’essere della struttura.

Dal allora sono state scritte centinaia di pagine sulla vicenda “Gladio”, cinque diverse procure hanno avviato indagini e dieci procedimenti giudiziari sono stati mossi contro soggetti accusati di deviazioni eversive. Di tutto ciò non è rimasto in piedi nulla e, forse anche per questo, il tempo per l’indagine storiografica è maturo. Come sostiene Pacini, la vicenda «Gladio non può essere letta in un’ottica esclusivamente giudiziaria incapace di tenere conto del contesto storico/politico nel quale l’organizzazione venne creata» (p.5). E in ragione di ciò va posizionata la prospettiva sviluppata dall’Autore che, diversamente da altri studiosi, cerca di applicare il principio di carità ermeneutica proprio alle ragioni di emergenza dell’intera operazione “Gladio” che, non soltanto sono da svincolare da quelle che hanno prodotto l’eversione nera e lo stragismo fascista del Dopoguerra, ma che devono essere comprese in un’ottica di visioni ideologiche, rapporti geopolitici e interessi economici venutisi a stabilire con la fine della 2° Guerra Mondiale e la sconfitta del nazi-fascismo. L’Autore, in tale ottica, indaga il ruolo del «SID parallelo», quella fantomatica struttura eversiva di cui avrebbero fatto parte estremisti di destra, neofascisti e uomini dei “servizi di sicurezza deviati” «il cui compito era impedire, anche attraverso l’uso del terrorismo indiscriminato contro i civili, che i comunisti prendessero il potere» (p.8). Tale struttura, emersa durante un’inchiesta portata avanti dal magistrato padovano Giovanni Tamburino, per lungo tempo è stata fatta coincidere con Gladio; alla identificazione contribuì ulteriormente Giulio Andreotti che, nel 1990, come indicato, intitolò la propria relazione «Gladio: il cosiddetto SID parallelo. Le reti clandestine a livello internazionale». Pacini indaga la questione e giunge alla conclusione che «da nessun documento […] è mai emerso che Gladio fosse conosciuta come “SID parallelo”. […] E infatti, con gli elementi di cui oggi disponiamo è possibile affermare con ragionevole certezza che quell’accostamento fu del tutto arbitrario» (p.8). Quali le ragioni allora della strumentale confusione? E’ stato Gladio, alla fine, un comodo parafulmine per coprire strutture e eventuali deviazioni interne ai corpi dello stadio responsabili della strategia della tensione?  Come sostiene nelle pagine conclusive Pacini «forse un giorno ulteriore documentazione consentirà di scavare ancora più a fondo sugli eventi di quell’autunno 1990 e sulle reali ragioni che portarono Andreotti a rivelare, con quelle modalità l’esistenza della Stay Behind italiana» (p.311). Ad oggi è possibile fare solo supposizioni lasciando sospesa la questione.

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