3 agosto 2017

Aurelio Musi

Editoriale – L’uso politico della memoria come antistoria

Tira una brutta aria antiunitaria nelle istituzioni locali del paese, regioni e comuni del Mezzogiorno in particolare. Il 4 luglio il Consiglio regionale della Puglia approva quasi all’unanimità, con pochissimi dissensi trasversali e col favore di partiti di destra, di centro e di sinistra, una mozione presentata dal M5S per ricordare “le vittime meridionali dell’Unità d’Italia, i paesi rasi al suolo” e promuovere convegni ed eventi “atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche istituti scolastici di ogni ordine e grado”.

 E’ solo l’ultimo atto, per ora, di un’impressionante sequenza iniziata il 13 febbraio. In quel giorno il M5S deposita presso il Consiglio regionale della Campania la mozione per le vittime dell’Unità. Il documento prevede l’istituzione di una “giornata della memoria” nell’anniversario della resa di Francesco II a Gaeta (13 febbraio 1861) per ricordare i meridionali morti nel processo di annessione e “ristabilire una verità assente nei manuali scolastici”. La mozione è sostanzialmente la stessa che, tra febbraio e marzo, farà capolino in altre istituzioni regionali come Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia e in molti comuni. Nello stesso periodo Sergio Puglia del M5S presenta analoga proposta al Senato della Repubblica: nel suo intervento sostiene che al Sud i piemontesi si sono comportati nientemeno “come i nazisti a Marzabotto” e nello stesso calderone, a supporto della sua tesi, mette insieme i nomi di Gramsci, Montanelli e Aprile.

 Poteva mai mancare all’appuntamento il sindaco della nostra città? Giammai. Così il 20 aprile de Magistris propone di revocare la cittadinanza onoraria, conferita in precedenza dal municipio, al generale Enrico Cialdini. Il Consiglio, fatto assai grave, all’unanimità la vota. Era stata già avanzata la richiesta di rimuovere il busto di Cialdini dalla Camera di Commercio. E in un esaltante “cupio dissolvi” il testo originale prevedeva anche la rimozione del busto di Cavour. Nello stesso mese il Consiglio comunale napoletano chiede alla Commissione cultura di valutare la creazione di una giornata per il “ripristino della verità storica” e della memoria dell’unificazione nel Mezzogiorno. Grazie all’intervento della presidente della Società Napoletana di Storia Patria, Renata De Lorenzo, e della contemporaneista Marcella Marmo, l’assessore Nino Daniele giunge a più miti consigli e fa congelare la delibera.

  Era necessario passare in rassegna questo meticoloso inventario perché esso restituisce le giuste proporzioni di un fenomeno che non può essere scambiato per folklore o per manifestazione isolata di gruppi marginali. E’ in atto un tentativo di soggetti politici di provenienza diversa: quello cioè di assumere la rappresentanza di un vittimismo meridionale che sposta e proietta gli effetti e le ragioni del malessere, derivante da una condizione generale di crisi, in un diffuso sentimento antiunitario.

  Questi soggetti giocano sporco per allargare il consenso alla loro politica. Sovrappongono la memoria alla storia: o, meglio, l’invenzione della tradizione, il mito dell’ età dell’oro borbonica con i suoi presunti primati, la “conquista del Sud” da parte dei “coloni piemontesi”, il fantasioso numero delle 100mila vittime meridionali immolate all’obiettivo dell’unificazione, ai risultati della più accreditata ricerca scientifica. Così neoborbonismo e populismo vanno a braccetto nell’uso pubblico dell’antistoria: e stanno diventando ingredienti non opposti ma complementari di nuove modalità di ricerca del consenso, a cui non è certo estraneo il sindaco de Magistris.

  Bisogna ragionare attentamente su questo vero e proprio salto di qualità che sta investendo la rappresentanza dei territori e le istituzioni locali nel Mezzogiorno, col rischio di una nuova, profonda frattura. E, francamente, di tutto ha bisogno il nostro paese tranne che di questo.

6 commenti su `Editoriale – L’uso politico della memoria come antistoria`

  1. 10 DOMANDE AD UN FAMOSO ACCADEMICO A PROPOSITO DEI GIORNI DELLA MEMORIA (E DEI GIOVANI DEL SUD). Gentile prof. Aurelio Musi, sono diventato neoborbonico durante la specializzazione in Archivistica e sono uno degli artefici di questo “trend” di oggettivo e dilagante successo ma vorrei che mi rispondesse non su etichette “confortanti” (per chi le usa) ma nel merito. 1) È “mito neoborbonico” il dato di un Sud che fino al 1860 aveva livelli di pil, redditi medi, industrializzazione, crescita demografica ed economica positivi e che dal 1860 (solo dal 1860) vide invertire in negativo quei livelli? 2) Sono tutti “beceri” borbonici quegli accademici suoi colleghi che hanno documentato queste tesi? Tutti “reazionari” Daniele, Malanima, Collet, Fenoaltea, Gangemi, Ciccarelli, De Matteo, Tanzi o lo stesso Davis quando afferma che la teoria dell’arretratezza meridionale preunitaria fu un’invenzione postunitaria creata strumentalmente dagli artefici dell’unificazione (e trasmessa dai loro eredi genetici e culturali)? 3) È “vittimista” quel meridionalismo che chiede (dopo 150 anni) “par condicio” tra Sud e Nord o è colpevole quel meridionalismo che (da 150 anni, magari per preservare ruoli e/o incarichi come iniziarono a fare gli antiborbonici del 1860) non lo ha mai fatto? 4) “Gioca sporco” chi si indigna per il dramma di giovani che al Sud (da 150 anni: altro che “condizioni di crisi generali”) hanno la metà dei diritti, del lavoro, dei servizi, delle occasioni e delle speranze di quelli del resto dell’Italia e dell’Europa o chi si indigna per i giorni della memoria? 5) È più “impressionante” la sequenza di eventi che in 150 anni hanno ridotto il Sud come sappiamo (“un deserto” per l’Istat) o quella che (si chiamerebbe democrazia) ha portato a votare i giorni della memoria per giunta a livello istituzionale e quasi plebiscitariamente? 6) La mancata risoluzione delle questioni meridionali è colpa di chi non ha mai avuto ruoli istituzionali (o cattedre) e vorrebbe (dopo 150 anni) risolverle percorrendo la strada dell’orgoglio e della sacrosanta rivendicazione o di chi è stato classe dirigente per tutti questi anni senza risolverle? 7) Ha più colpe chi (secondo la sua ipotesi, autorevole ma pur sempre una ipotesi) vorrebbe unire “populismo e neoborbonismo” o chi (non è un’ipotesi ma un dato di fatto vecchio di 150 anni) non le ha risolte come classe dirigente o (si chiamerebbe “autocritica”) non ha saputo formare classi dirigenti capaci di risolverle? 8) È “un fatto assai grave” revocare simbolicamente la cittadinanza onoraria ad un generale che massacrò migliaia di meridionali o continuare a raccontare leggende come quelle di Cialdini e compagni? 9) È più “antistorico” ricercare e scoprire (da volontario, negli archivi) massacri, deportazioni o saccheggi ignorati (come negarlo?) “nei libri di scuola” o opporsi ad un semplice momento di riflessione e di confronto su temi che le “pubbliche accademie” hanno ignorato o minimizzato per un secolo e mezzo? 10) È “strumentale” l’uso della storia fatto da una cultura risorgimentalista dal 1860 ad oggi com’è dimostrato da generazioni di docenti e migliaia di ricerche e pubblicazioni o è strumentale l’uso (ipotetico e tutto da dimostrare) di revisionisti, neoborbonici, Terroni, M5S e altri? Nessuna “aria antiunitaria”, allora, ma il contrario: l’obiettivo potrebbe essere proprio quello di unire (finalmente) un Paese diviso (per diritti e per speranze) da 150 anni e a danno di una sola parte: quella meridionale , con le poche eccezioni di classi dirigenti complici e/o interessate che in 150 anni non hanno mai cambiato linee culturali e scelte politiche. Le stesse classi dirigenti che i nostri giovani, forse, hanno finalmente il diritto e il dovere di cambiare. Piaccia o no a a lei e a noi.

    Prof. Gennaro De Crescenzo, presid. Movimento Neoborbonico

  2. a me le rimozioni toponomastiche fanno venire im mente la Germania di Hitler o la Francia del Terrore. Detto questo però vorrei far osservare che Cialdini andava fuciltato nella schiena per il suo comportamento a Custoza, prima non sostenne La Marmora, per contrasti personali con lui, poi preso da terrore pensò di ritrarsi fino a Bologna…insomma fu un Badoglio (Caporetto) e un Visconti Prasca (Campagna di Grecia) ante litteram…quindi la rimozione dell targa andrebbe fatta sì ma nome di tutti gli Italaini..

  3. Gentile prof. Musi, ho notato con piacere che Repubblica del 5/8/17 ha pubblicato sia il mio intervento che la sua replica ma, pur apprezzando molto il tentativo di confronto e pur avendo apprezzato molte delle sue pubblicazioni, questa volta devo confessarle la mia delusione. Nell’articolo pubblicato insieme alle mie dieci domande su Repubblica del 5/8/17, di fatto lei non risponde neanche ad una delle domande che le ponevo e ripete i concetti espressi nel suo precedente articolo e per i quali le avevo posto quelle domande. “L’unificazione dolorosa ma necessaria”, il “nostalgismo”, il “neoborbonismo”, un (ipotetico, ipotesi sua) “separatismo” (perché se ne preoccupa se lei stesso -e concordiamo- le definisce “prospettive velleitarie”?), le ipotetiche “alleanze elettorali” (sempre ipotesi sue) tra M5S e revisionisti (e intanto non ricorso suoi studi e interventi sui tanti -e veri- governi leghisti o su quelli antimeridionali anche degli ultimi anni). Solo un’osservazione: lei ritiene che “storia e memoria collettiva” siano due cose diverse e separate. Strano se pensiamo che per 150 anni non è stato così: la storia risorgimentalista infarcita di retorica e di tante leggende ha formato -e forma- la memoria collettiva italiana pur dimostrando il fallimento di questo “mix”. Mi lasci passare questo esempio: ho la sensazione di quelle partite a pallone giocate da bambino per strada e, quando il proprietario del pallone perdeva 5 a 0, si riprendeva il pallone “perché è mio” e se ne andava: fino a quando, cioè, memoria e storia andavano a braccetto per unificare il Paese (a danno del Sud, com’è nei dati delle mie domande), tutto ok, quando memoria e storia, invece, iniziano a unirsi, con un successo oggettivo e crescente e con un obiettivo diverso (nessuna “nostalgia” ma solo unire finalmente e veramente l’Italia con classi dirigenti nuove, fiere e radicate e con pari diritti tra i giovani del Sud e del Nord) qualcuno si vorrebbe riprendere il… pallone. E se, invece, l’unione tra storia, memoria e identità, quell’unione per lei (e per la cultura accademica) impraticabile e invece alla base del successo di tante nazioni fosse una (nuova) soluzione? Del resto la sua strada l’abbiamo sperimentata per 150 anni con un trend invariato rimasto negativo dal 1860, con i risultati che sappiamo e con questioni meridionali ancora aperte e sempre più drammatiche… Le rinnovo con piacere, allora, la richiesta di risposte nel merito e magari quella di un confronto pubblico proprio nel merito e su questioni storiche (“fonti e documenti” alla mano, come sono abituato a fare nei miei libri e come avevo fatto in quelle domande).
    Cortesi saluti. Gennaro De Crescenzo

  4. Cancella e sostituisce il commento precendente per errata corrige.
    —-
    Gentile professore Aurelio Musi,
    ho letto e seguito la disputa innescata sulle pagine napoletane di laRepubblica circa il presunto uso politico della storia risorgimentale da parte del M5S campano, e non solo campano, e quelle che Lei definisce “prospettive velleitarie” poggianti “sul rifugio nostalgico in quella mitica età dell’oro rappresentata dal periodo borbonico”. Anche se Lei non ha fatto riferimento preciso al sottoscritto, presente in qualità di relatore al da Lei citato evento del 17 maggio a Portici, in cui confluirono politici, intellettuali e una gran folla di ascoltatori per lanciare la mozione per la memoria delle vittime dell’Unità, mi ritengo in diritto e dovere di intervenire per chiarire e precisare alcuni concetti da Lei esposti.
    Nessuno dei tre relatori in tema storico parlò in quella giornata di età dell’oro, e mai è accaduto prima di allora. Mai nei miei libri ho scritto in questi termini delle condizioni dell’antico Regno delle Due Sicilie, e piuttosto ho sempre descritto un Sud arretrato quanto il Nord rispetto alle grandi economie delle nazioni guida del progresso europeo ottocentesco, perché le cose, Lei lo saprà certamente, stavano così, e non vi era sensibile differenza tra i nostri Meridione e Settentrione. Il problema è la modalità con cui il vantaggio settentrionale si è poi concretizzato, in rapporto diretto con l’impoverimento meridionale, attraverso l’imposizione di un’egemonia colonialistica del Nord sul Sud. Non mi risulta che mai Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo abbiano detto e scritto qualcosa di diverso da ciò. Ed è proprio qui il punto, perché anche in ottica contemporanea, la nostra incessante e seria opera culturale, peraltro basata su ricerche di archivio e analisi di documenti (siamo ricercatori storici, lo storico è Lei) è finalizzata alla richiesta di una necessaria par condicio tra Nord e Sud che non esiste da un secolo e mezzo, non certo di una secessione separatista. Lei, professore, si preoccupa delle lacerazioni del quadro unitario nazionale, ma non si pone il vero problema: il quadro unitario nazionale è già lacerato, all’origine, e non siamo stai noi che raccontiamo oggi un’altra storia a strapparlo. Anzi, qualcuno pure poteva ricucirlo, quando si passò dalla Monarchia alla Repubblica, ma anche quell’occasione fu clamorosamente persa, coi soldi del piano Marshall che il presidente di Confindustria, il ligure Angelo Costa, dirottò in gran parte al Nord per la ricostruzione delle fabbriche, negando categoricamente quanto chiese il pugliese Giuseppe Di Vittorio, e cioè che quei danari venissero utilizzati in parti uguali affinché si costruissero anche fabbriche nel Meridione. E invece no, Costa disse che non erano le fabbriche a dover scendere al Sud ma gli operai meridionali a dover salire al Nord. E poi, supportato dall’amico De Gasperi e dai finanziamenti americani, mise su la Costa Crociere. La storia non è mai cambiata, non è una questione di Borbone e Savoia, ma di classi politiche italiane di sempre. E Lei si preoccupa ancora delle possibili lacerazioni?
    Mi perdoni, ma non riesco neanche a comprendere il suo ragionamento circa quella che Lei definisce “strana alleanza” tra noi intellettuali revisionisti e il M5S, confluenza che, a suo avviso, non accredita i grillini come fautori di ideali unitari. Se per Lei vale il presupposto per cui è antiunitario chi chiede equità di trattamento tra Nord e Sud, documentando come ciò sia sin qui mancato, allora devo pensare che il Suo sia un preconcetto basato su un clamorosa strumentalizzazione del nostro lavoro, e pure dell’ottica politica dei grillini.
    Chiudo questo mio intervento invitandoLa a una riflessione. Qualche pagina successiva a quella su cui era stampato il suo scritto su laRepubblica del 5 agosto era riportata la classifica di vendite relativa al mese di luglio ufficializzata dalla libreria Iocisto di Napoli. Il mio ultimo libro Napoli Capitale Morale figurava al secondo posto tra i non romanzi, dopo essere risultato primissimo tra le novità nella categoria “Storia Sociale e Culturale” di Amazon. I dati di vendita dei miei precedenti lavori sono altrettanto lusinghieri, per non parlare dei risultati di Pino Aprile, che Lei stesso ha precisato come fenomeno editoriale da capire e da non sottovalutare, e della prolificità pubblicistica del neoborbonico professor De Crescenzo. Ma non è per autoincensarmi o incensare gli altri due che La informo di certi segnali. Sì, segnali, appunto, e bisogna capirli, insieme ai fenomeni, per poi decidere se sia il pubblico ad essere stupido o se si tratti invece di sete di conoscenza, una conoscenza fin qui negata, e che ancora si tenta di negare. La gente vuole sapere mentre qui si cerca ostinatamente di nascondere, temendo per l’Unità che noi vogliamo fare, perché non c’è mai stata. Veramente vogliamo pensare che quei pochi che oggi leggono libri in Italia e, nello specifico ancor più triste, a Napoli siano stupidi? Mi sembrerebbe un’offesa davvero troppo grande.

  5. Trovo l’intervento e le preoccupazioni del professor Musi totalmente condivisibili. Il te-ma non è la valutazione delle qualità militari di Cialdini, ma il tentativo da parte di talu-ne forze politiche di riscrivere la storia italiana sostituendo ad una agiografia sabaudista da lunghissimo tempo scomparsa con una nuova agiografia borbonica promossa da una libellistica fondata sull’uso decontestualizzato e distorto di dati statistici e perfino su smaccati falsi: come non ricordare la certificazione all’Esposizione Universale di Parigi del 1855 delle Due Sicilie come “terza potenza economica del mondo”, i Mille “banda di ladroni” secondo lo stesso Garibaldi che, non appena sbarcati a Marsala, “saccheggiano la città”, le scuole chiuse nell’intera Italia meridionale per dieci anni dopo il 1860 e via continuando ? O ignorare il voluto disconoscimento delle differenze profonde esistenti tra i domini “al di qua” e di domini “al di là” del Faro con le conseguenze anche di carat-tere internazionale che ne derivavano?
    Ma poi, in questa neo-storia che ha già sostituito Mario Pagano e Domenico Cirillo con Michele Pezza, quale posto avrebbero le vittime dei massacri “borbonici” di san Giovan-ni Rotondo o di Isernia e i molti soldati, anch’essi meridionali, caduti per mano delle bande dei Giordano, dei La Gala, di Ninco Nanco? Bisognerebbe riconoscergli d’ufficio la cittadinanza “del Nord”?

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