29 marzo 2017

Aurelio Musi

Editoriale

Masaniello è diventato da subito, dopo la sua morte, un personaggio per tutte le stagioni. La sua mitografia va oltre il tempo e lo spazio storici di riferimento. E’ stato assimilato al napoletano-tipo, che conosce bene l’arte di arrangiarsi: e intorno a questa immagine è andato costruendosi un vero e proprio stereotipo folkloristico. Il destino del capopopolo è stato quello di rappresentare tutto e il contrario di tutto: tiranno o paladino delle aspirazioni popolari; folle e capriccioso leader, ma anche interprete del bisogno di democrazia diretta. Insomma si è trattato di una personalità carismatica, che, quando è stata trasfigurata nel mito, ha finito per allontanarsi di molto dalla sua funzione storicamente determinata. Su di essa sappiamo molto di più grazie alle ricerche degli ultimi decenni, che hanno posto in evidenza, pur tra le tante ambiguità e contraddizioni, il ruolo di Masaniello durante la rivolta che porta il suo nome. Assai schematicamente, egli fu il trait d’union tra la plebe e il “popolo” esercitante le tante attività artigianali e mercantili nella capitale. E da questa unione, sia pure temporanea e fragile, fu caratterizzata la prima fase della rivolta del luglio 1647.

  Il servizio di copertina dell’ultimo numero de “L’Espresso”, dal titolo “Rivolta al Sud”, riprende la tendenza ricorrente ad assimilare, senza alcuna mediazione, personaggi dell’attualità politica meridionale al capopopolo napoletano. L’effetto è alquanto deformante. L’uso pigro e disinvolto dell’analogia de Magistris=Masaniello è una scorciatoia che, nell’illusione di fornire argomenti facili di comprensione, allontana sia dalla possibilità di conoscere meglio il personaggio storico, sia, soprattutto, dall’esigenza di capire veramente quello che sta succedendo nel nostro paese. Insomma l’analogia è uno strumento retorico da usare con parsimonia e, soprattutto, prestando sempre molta attenzione all’equilibrio fra la comparazione e la contestualizzazione. Allineando analogie una dietro l’altra, si prendono abbagli: del tipo, ad esempio, Masaniello=caudillo. Ora tutti sanno che così viene chiamato in Spagna e America latina il capo supremo di una dittatura: dall’analogia forzata all’anacronismo il passo è breve.

  De Magistris come Masaniello? Il paragone non gli dispiace, non lo preoccupa, perché “Napoli anticipa le novità”. E immediatamente il primo cittadino segnala quei fattori identitari che, senza soluzione di continuità, entrano nell’attualità: “Abbiamo qui – egli sostiene, – esperienze che affondano le radici in una storia molto lontana: Masaniello, la Repubblica del 1799, le Quattro Giornate”. Tutto questo entra nel Pantheon del sindaco insieme con la maglietta azzurra del Napoli con il nome di de Magistris, le statuine del presepe che lo raffigurano con la fascia tricolore, Che Guevara.

  L’uso strumentale della storia appare assai chiaro nei suoi fini: fornire icone al diversificato bacino elettorale del nostro sindaco, far coincidere la rappresentazione politica con la narrazione del passato, alla ricerca di una reciproca, improbabile, ma assai efficace, legittimazione.

  E intanto Masaniello, personalità drammatica come poche altre della nostra storia, continua a rivoltarsi nella tomba.

Un commento su `Editoriale`

  1. Quando Aurelio Musi scriveva queste considerazioni, dettate – come precisa – da un articolo sull’Espresso (26 marzo) che richiamava sin dal titolo l’analogia – de Magistris rilasciava un’intervista (poi riportata da Repubblica) in cui accettava solo in parte l’analogia con Masaniello (Masaniello fece una «brutta fine»…); ieri sul Venerdì tornava sul concetto (nell’articolo di Paola Zanuttini, La Legge non è il mio Vangelo). Siamo perciò forse sulla buona strada, anche se non per i motivi che suggerirebbe la storia.
    Prima di congedarmi, vorrei ricordare il saggio di Hannah Arendt sulla rivoluzione a proposito degli intenti dei rivoluzionari (dichiarati nei loro discorsi), di far rivivere un equilibrio perduto. Masaniello cercò a suo modo un ritorno, per dir così, alla normalità (all’equilibrio tra popolo e nobili, un tempo, gli avevano assicurato, vigente). Tornando all’oggi, la questione della rappresentazione di Napoli come la città alternativa o ribelle quasi per carattere rimane e concordo con Musi sul fatto che non ci giova. L’impresa eccezionale sarebbe raggiungere la normalità, fare di Napoli una città davvero più europea, nel suo splendore.

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