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Baarìa, La Mappa Costruita da “Peppuccio”

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Ho tentato di rifare la Bagheria che mi serviva il più possibile con esattezza, perché è quello che fa innescare il flash della memoria.

Sono venticinque anni che il regista non abita più a Bagheria e in questi anni ha confessato che il suo rapporto con la sua città è cambiato molte volte.

Racconta di aver attraversato una lunga fase in cui il desiderio di conservare Baarìa nella memoria, come l’aveva conosciuta lui da bambino, era talmente forte da riufitarsi a tornare. E quelle rare volte in cui per motivi di lavoro era obbligato a tornare nella sua città tutto gli dava un senso di morte perché era cambiato tutto, non restava più nulla.

Fu a questo punto, stando alle parole del regista, che si rese conto che questo avrebbe potuto essere l’incipit di un progetto cinematografico.

Così per anni ha raccolto e scritto tutto ciò che ricordava: profumi, luci, emozioni, episodi.

Molte cose erano la sublimazione fantasiosa di ciò che gli avevano raccontato per anni.

Baarìa si configura come luogo privilegiato di trasmissione della memoria nonché di riproduzione dell’identità. Non è confinata al passato ma anzi vuole attualizzarlo.

Baarìa diventa evento pubblico, narrazione collettiva che può guidare le emozioni, i ricordi, le percezioni.

È una rappresentazione che va oltre il semplice riflesso del di-segno dei ricordi del passato.

Baarìa è un attraversamento nella memoria che nel film viene rappresentato con l’attraversamento della città. Se ci pensiamo bene il film si svolge interamente nel Corso Umberto che il protagonoista attraversa continuamente.

Il film non è altro che la storia del regista che questi sente la necessità di narrare.

E, come avverte Chiara Giubilaro, «la narrazione è delinquente, trova nel movimento la ragione stessa della sua esistenza in un movimento che non ha nulla di vago o casuale ma che si configura come percorso ordinato e lineare».

Il fhash della memoria è talmente forte da spingere un uomo a chiedere al regista il perché questi non abbia inserito nella scenografia la sua casa!

Tornatore riesce a costruire una “comunità immaginata”, termine coniato dallo storico americano Benedict Anderson, tramite il potere delle immagini filmiche. È il regista stesso a definire la provincia come «una nazione in scala ridotta».

Il potere della forza visiva raggiunta con l’attenta selezione delle immagini e amplificata dall’azione dei suoni è una strategia tale da non poter fallire.

Baarìa «è una specie di microcosmo che è anche un cosmo dove tutto può accadere e tutto accade e diventa una griglia di comprensione del mondo», è un film dove realtà e immaginazione sono inscindibili.

Però se il mio immaginare è una maniera di ricordare e il tuo ricordare è una maniera di immaginare anche se tu racconti un’ altra storia, sarà comunque una cadenza diversa della stessa musica. Perché sinora abbiamo parlato di questo film come se si trattasse di un documentario su Bagheria deve “assomigliare” talmente tanto da essere quasi vera ma deve essere quasi vera una cosa che vera non è, e che per essere immaginata, deve essere molto più vera di quella vera.

Perché Baarìa non è un semplice film in omaggio al paese natio, è un film che pretende di attivare un meccanismo di recupero della memoria, di farla diventare elemento narrativo compiuto al livello delle emozioni!

Questo film è figlio del ricordo, lo sforzo dello stile del film è quello di colpire, agire attivando il meccanismo del riconoscimento. Come una mappa, Baarìa da ai suoi spettatori sicurezza, come una mappa dà orientamento in un mondo confuso.

La compressione spazio-temporale ha spinto la società alla ricerca della propria tradizione. Vari sono gli autori che hanno approfondito tale fenomeno di invenzione della tradizione, processo attraverso cui un insieme di pratiche, simboli, credenze prende la forma della tradizione.

Come sottolinea Vincenzo Guarrasi: «Questo processo- o atto costitutivo-consiste essenzialmente in una traduzione e in una trascrizione. Traduzione perché trasporta le credenze e le pratiche entro un nuovo universo linguistico, trascrizione perché traspone un insieme di espressioni prevalentemente orali o, comunque, extralinguistiche, in un insieme di testi». L’autore è ben conscio dell’autorialità che il suo mestiere gli conferisce, infatti afferma :

Il regista ha un rapporto col passato, col presente, col futuro, con tutto quello che vuole, può modificare e manipolare. E tutto questo movimento, tutta questa atemporalità si fissa in un presente eterno per quello che può valere l’eternità umana, si capisce

Questo “presentismo”è innescato attraverso un meccanismo inusuale.

È emergente il nesso potere-memoria che mostra la natura costruita della memoria. Questa sempre chiamata all’occorrenza come strumento positivo, al fine di non dimenticare, in questo esempio è strumentalizzata al fine di avere un successo con il pubblico ma non solo per la buona riuscita del film, a mio avviso è, prendendo a prestito le parole di Demetrio:«un invito a non dimenticare».

Proprio in questo senso si può leggere il film come agentivo, perché è efficace negli altri, nell’invitarli a cogliere l’invito del regista, a vedere in quella storia la propria storia.

La capacità di costruire e consolidare il passato di un’intera comunità è segno di potere.

La memoria è sempre il risultato di un’attenta selezione tra oblio e conservazione.

Baarìa al pari di una mappa ha un ruolo tutt’altro che passivo, il suo scopo è agire, innescare la scintilla della memoria attraverso una strategia particolare ovvero, prendendo in parola le seguenti parole di Sthendal:

Se vuoi parlare dell’universo parla del tuo villaggio.

Tornatore riesce a scavare a fondo per ricercare quei segni particolari della propria tradizione ma nello stesso tempo ha l’abilità di renderli universali. Segni che ciascuno spettatore riesce a cogliere, trasportare e riconoscere nella propria esperienza.

Come sottolinea Blumenberg:«Leggere è interpretare come dotate di senso combinazioni e sequenze virtualmente infinite di un numero limitato di segni (lettere, ideogrammi o simboli)».

Il regista riesce ad abbandonare la dimensione locale del luogo e fa assumere alla sua narrazione una dimensione universale.

Per Approfondire la redazione consiglia:

  • F.Scianna, G. Tornatore, Baarìa Bagheria. Dialogo sulla memoria, il cinema la fotografia, Contrasto, Roma, 2009
  • D.Demetrio, Scritture erranti, Roma, EdUp, 2003.
  • H.Blumenberg, La leggibilità del mondo, Il Mulino, Bologna, 1984.
  • G.Tornatore, P. Calabrese, Baarìa, Il film della mia vita, Rizzoli, Milano, 2009
  • G. Tornatore, Baarìa, Sellerio, Palermo, 2009.
  • V. Guarrasi, Memoria di luoghi, in «Geotema», n.30 settembre-dicembre 2006
  • C.Giubilaro, Spazi e narrazione: un’Odissea, in V. Guarrasi et Alii (a cura di), La città cosmopolita: geografie dell’ascolto, Palumbo, Palermo, 2011
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