23 marzo 2017

Amelia Crisantino

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Amari e la necessità di andare.

 Nel novembre del 1859 Amari lascia Parigi, finalmente dall’Italia è arrivato un riconoscimento che lo solleva dalle ristrettezze: il 4 maggio di quell’anno un decreto del Governo provvisorio lo aveva nominato professore di lingua e storia araba all’università di Pisa, cattedra poi trasferita presso il fiorentino “Istituto di studi superiori”; il 29 gennaio 1860 Amari pronuncia il discorso inaugurale infiammando l’uditorio:  “l’ingegno italico riprenderà il volo più alto che pria… facciamo impeto tutti insieme, nonostante i dispareri, facciamo impeto raccolti e risoluti, in questa via aperta alla meta che aneliam tutti”.

Ma non è più il tempo di lasciarsi inebriare dai proclami. L’11 giugno il conte di sant’Adriano gli suggerisce il da farsi: “dovresti andare, e presto, in Sicilia, e regolarti con quella prudenza che le condizioni locali consigliano”. Il 13 giugno torna a esortarlo: “ stimo indispensabile una tua gita in Sicilia… le idee socialistiche non mi spaventano, ma i socialisti mi fanno tremare”. Amari arriva a Palermo il 1° luglio, dopo undici anni di assenza, col disagio di chi è stato tanto tempo lontano. Dopo pochi giorni Garibaldi quasi gli impone la carica di ministro dell’Istruzione e dei Lavori Pubblici, poi un rimpasto gli assegna il ministero degli Affari Esteri. Al conte di sant’Adriano confida “il terrore delle migliaia che domandano impieghi”.

Una volta divenuto unitario Amari vuole affrettare il plebiscito, giudica che ogni cautela tesa a  preservare qualche parvenza di autonomia “sarebbe inutile e pericolosissimo differimento”. Negli Appunti autobiografici scrive di avere partecipato a un incontro nella residenza torinese di Cavour: Garibaldi era appena arrivato a Palermo e “Cavour poneva il partito di convocare il parlamento siciliano secondo la forma del 1812 o del 1848: questa forma legale, egli dicea, non poteva non piacere al governo inglese….io sursi contro acerbamente, mostrando i pericoli di un’assemblea così composta”. Gli esuli tirano Cavour in due opposte direzioni, e alla fine i sostenitori dell’autonomia vengono surclassati da quanti dipingono la tragica arretratezza della società meridionale, bisognosa di un governo forte.

Nel frattempo, a Palermo Garibaldi dichiara “io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro”: ma ci sono disordini e molti furti, e Amari sembra avere smarrito ogni fiducia nel popolo che avanza vittorioso governando la rivoluzione. Al conte di sant’Adriano scrive: “perché Cavour non fa venire in Sicilia qualche centinaio di buoni gendarmi?… se dovessi prendere in appalto la rivoluzione di Sicilia domanderei soltanto 4.000 gendarmi, non siciliani, né napoletani”. Il 4 settembre comunica: “sto scrivendo io la proclamazione che invita al plebiscito”. Ma non vuole vivere a Palermo, fa parte della pattuglia di vecchi esuli che dopo l’unificazione non intendono tornare. Il 18 settembre confida a Vieusseux “rido da tanto tempo di quei che mi vorrebbero fare istoriografo, direttore dell’Archivio, professore e non so che altro a Palermo”. Il 16 ottobre comunica a Mordini la sua fretta, “onde non potrei accettare qua nessun uffizio, foss’anco temporaneo”.

Nell’ottobre del 1860 al parlamento subalpino si discute il disegno di legge sulle modalità di annessione delle nuove province, per la prima volta si parla della “diversità” del Mezzogiorno ed è il messinese La Farina a dire come la Sicilia mancasse di alcuni dei requisiti essenziali in una società civile. Presto l’immagine positiva di un paese naturalmente ricco ma impoverito dal malgoverno, i cui abitanti attendono con ansia l’arrivo della libertà, svanisce lasciando il posto a un quadro drammaticamente diverso: il Sud appare malato, ribelle e riottoso, esoticamente attraente ma infido.

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