13 aprile 2017

Amelia Crisantino

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Alle origini dell’omeopatia siciliana

 

I contrasti e anche gli insulti reciproci continuano da almeno due secoli, né accennano a diminuire: fra la medicina “ufficiale” e le “medicine alternative” non sembrano esserci molti punti in comune. Ma per fortuna anche la storia della medicina è ricca di sorprese, e adesso uno studio di Maria Chironna, Medici o ciarlatani? L’omeopatia nel regno delle Due Sicilie dal 1822 al 1860 (edizioni Franco Angeli, 224 pagine, 26 euro) ha il merito di indagare le radici di una vicenda che va oltre la medicina divenendo storia sociale.

Utilizzando una grande quantità di fonti, Maria Chironna mostra come nel XIX secolo le frontiere mediche fossero flessibili: nella pratica sanitaria del primo Ottocento la medicina non ancora scientifica ignora virus e batteri, e le omeopatiche diluizioni infinitesimali hanno diritto di cittadinanza al pari dei salassi adoperati per le più varie malattie. Tanto più che l’omeopatia si inserisce nel tessuto sociale con rimedi non tossici e poco costosi, oltre che con la divulgazione attraverso Accademie e riviste.

A Palermo l’omeopatia arriva nel 1821, con i medici al seguito delle truppe austriache inviate a controllare il Regno dopo l’insurrezione separatista del 1820. Per trovare il primo vero attivista dobbiamo però aspettare ancora qualche anno, sino al 1834, quando in città opera Benoît Mure: è un socialista francese malato di tubercolosi e seguace di Charles Fourier, che decide di curarsi a Palermo dove la madre ha un negozio di mode. In città Mure legge l’Organon dell’arte di guarire di Hahnemann – il testo che fonda l’omeopatia –, entra in contatto con medici omeopati, riesce a guarire. Da questo momento somma la fede socialista a quella omeopatica, sarà un apostolo fervente per entrambe.

Mure vuole applicare il principio omeopatico similia similibus ai rapporti sociali, si lega a un folto gruppo di medici siciliani e li coinvolge nel suo attivismo: entro un paio di anni troviamo dispensari omeopatici che poi diventano cliniche, viene fondata una scuola, si pubblica la rivista «Annali di medicina omeopatica». A Palermo c’è un “dispensatorio omiopatico” gratuito per i poveri, dal 1836 l’ospedale “Fatebenefratelli” – l’antenato del Civico – comprende anche la clinica omeopatica con 150 posti letto, diretta dal prof. Giuseppe Bandiera.

Durante il tragico colera del 1837 gli omeopati danno buona prova di sé, distinguendosi dai medici tradizionali presto fuggiti dalla città infetta. Vengono allora protetti da Ferdinando II, nonostante l’avversione della più tradizionale «Accademia delle scienze»: nel 1844 possono quindi riunirsi in una «Accademia reale» che riflette la loro importanza sociale, ma la Facoltà Medica non avrebbe mai integrato gli omeopati nella comunità scientifica. Attraverso le sue rivoluzioni interne, come la nascita della fisiologia e dell’anatomia clinica, la medicina sta avviando la sua rifondazione scientifica mentre gli omeopati, scrive Maria Chironna, presentano i loro successi come il prodotto di un’altra medicina: il più grave elemento di rottura è il principio delle diluizioni infinitesimali, uno dei cardini dell’omeopatia, che pur derivando da riscontri empirici non ha una dimostrazione scientifica. Il contrasto è insanabile, ma nella Palermo della prima metà dell’800 manca una tradizione di studi medici: il gruppo omeopata è quindi molto attivo e dietro ogni iniziativa troviamo Benoît Mure, il rivoluzionario globale con la vocazione del filantropo.

Per Mure l’omeopatia e il socialismo utopista di Fourier si fondano sugli stessi principi di armonia, la salute del corpo e quella della società derivano dall’equilibrio dei vari elementi che li compongono.  Il suo attivismo è contagioso, e l’omeopatia va a braccetto col socialismo di Fourier: la simpatia del regime borbonico – e anche di molti medici – si limita però alle diluizioni omeopatiche anche se, in un eccesso di ottimismo, Mure giudica che presto le idee foureriste riusciranno ad affermarsi in Sicilia. Al gruppo di ispirazione omeopatico-socialista aderiscono Andrea Bartoli, Ferdinando Malvica, l’astronomo Niccolò Cacciatore, Vito d’Ondes Reggio, Saverio Friscia, Paolo Morello e tanti altri: aspirano a cambiare la società, ma non progettano insurrezioni. Hanno fiducia nell’apostolato, sono radicalmente anticapitalisti e vogliono divulgare il principio di armonia universale alla base del sistema di Fourier. Vedono così la luce numerose pubblicazioni clandestine, condannate non solo dalla censura borbonica ma anche dalla Chiesa: dai pulpiti, gesuiti e liguorini incitano i fedeli a dare alle fiamme quei pericolosi opuscoli che diffondono fra il popolo i principi della carità universale.

Nel 1855-56, una nuova ondata di colera sembra l’ultima occasione: i risultati del trattamento omeopatico sono convincenti, le autorità obbligano le farmacie siciliane a fornirsi anche di rimedi omeopatici; i colerici del X Battaglione stanziato nelle campagne di Bagheria vengono curati con la terapia omeopatica e guariscono tutti, 70 su 70, con tanto di statistica pubblicata dal Comando militare. Ma lo stesso continua a mancare il riconoscimento della comunità scientifica e a questo punto le vicende politiche appaiono determinanti.

La sede della palermitana Accademia omeopatica con annessa farmacia per i poveri era nel palazzo del principe di San Lorenzo, a ridosso di Ballarò. Una lapide ricorda che proprio in quel palazzo nell’estate del 1860 venne insediato l’ospedale per i soldati garibaldini. Fu  l’inizio di un declino rapidissimo, la memoria degli ospedali omeopatici ci mise niente a svanire.

 

 

 

 

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